Longevità

Perché ci ammaliamo: il confine invisibile tra salute e malattia

La malattia non compare sempre all’improvviso: spesso è preceduta da cambiamenti funzionali e metabolici che possono svilupparsi nel tempo. Comprendere il passaggio tra funzione, disfunzione e patologia aiuta a riconoscere prima i fattori di rischio e a intervenire con prevenzione, controlli e stile di vita per proteggere la salute nel lungo periodo.

Quando comincia davvero una malattia? La risposta più intuitiva — il giorno della diagnosi — è spesso anche la meno esatta. Per molte condizioni croniche, il momento in cui un medico pronuncia il nome di una patologia arriva alla fine di un percorso biologico che può essersi svolto per mesi o anni, in silenzio, senza sintomi evidenti.

Capire perché ci ammaliamo significa allora spostare lo sguardo indietro, verso ciò che accade nell'organismo prima che una malattia diventi clinicamente riconoscibile. È una prospettiva che cambia il modo di intendere il rapporto tra salute e malattia: non sempre due territori separati da un confine netto, ma, in alcuni processi, stati che possono sfumare l'uno nell'altro.

Il Prof. Pier Luigi Rossi, membro del Board Medico Longevia, descrive questa zona intermedia con un'immagine efficace: tra la piena funzione di un organismo e una patologia conclamata può esistere una fase di disfunzione, in cui qualcosa nella regolazione fisiologica inizia a cambiare. È bene chiarirlo subito: si tratta di un modello interpretativo, particolarmente utile per alcuni processi metabolici e cronici, non di una legge valida per ogni malattia. È una delle idee al centro di ciò che il Professore chiama medicina della persona, o medicina funzionale: un approccio che guarda alla persona nel suo insieme, e non soltanto alla malattia già presente.

Questo articolo non nasce per generare allarme, ma dall'idea opposta. Riconoscere per tempo i fattori di rischio e le alterazioni ancora modificabili può aprire uno spazio prezioso per la prevenzione. È lì che si gioca gran parte della medicina della longevità.

La malattia non compare all'improvviso

Per una parte importante delle malattie croniche, la comparsa dei sintomi è l'ultimo capitolo di una storia iniziata molto prima. Diverse patologie cardiovascolari e metaboliche, il diabete di tipo 2 e alcune condizioni epatiche possono essere precedute da fasi biologiche o metaboliche rilevabili prima della manifestazione clinica completa.

In queste fasi l'organismo non è ancora "malato" nel senso diagnostico del termine, ma qualcosa si sta muovendo. Un fattore di rischio si accentua. Un sistema attiva un compenso fisiologico per mantenere l'equilibrio. Un biomarcatore comincia a spostarsi dai valori abituali. Sono spesso alterazioni subcliniche — non ancora accompagnate da sintomi — che possono restare stabili, regredire oppure, in alcuni casi, progredire.

È importante non generalizzare. Non è vero che ogni malattia inizi anni prima della diagnosi: esistono patologie acute, infettive, genetiche, autoimmuni, traumatiche, oncologiche e degenerative che seguono dinamiche molto diverse, a volte improvvise, a volte indipendenti dallo stile di vita. Il percorso progressivo che descriviamo riguarda soprattutto alcune condizioni croniche e metaboliche, ed è proprio lì che la prevenzione può fare la differenza.

In sintesi

Non esiste una causa unica della malattia. Per molte condizioni croniche, però, la comparsa dei sintomi è preceduta da alterazioni biologiche e metaboliche progressive: riconoscere precocemente i fattori di rischio è ciò che rende possibile la prevenzione.

Uno degli aspetti più caratteristici del pensiero del Prof. Rossi è l'invito a non considerare gli organi come compartimenti indipendenti. Fegato, pancreas, intestino, muscolo, tessuto adiposo e sistema cardiovascolare non lavorano in isolamento: dialogano di continuo, attraverso segnali ormonali, metabolici e nervosi.

L'esempio più chiaro è il controllo della glicemia. Il livello di glucosio nel sangue non dipende da un solo organo, ma dall'interazione simultanea di pancreas, fegato, muscolo scheletrico, tessuto adiposo, intestino e sistema nervoso, orchestrata da una fitta rete di segnali ormonali. Un parametro apparentemente semplice, che si legge con un prelievo, è in realtà il risultato di molti sistemi che collaborano per mantenere l'equilibrio metabolico.

Questa visione integrata non è in contrapposizione con la medicina specialistica, che resta essenziale: gli specialisti e gli esami mirati permettono diagnosi e terapie sempre più precise. Il punto è complementare. La prevenzione moderna beneficia sempre più di uno sguardo capace di tenere insieme i fattori metabolici, cardiovascolari, comportamentali e ambientali, leggendoli come parti di un unico sistema: la persona.

Funzione, disfunzione, patologia: le tre fasi da conoscere

Per rendere comprensibile questo passaggio, il Prof. Rossi utilizza un modello in tre fasi: funzione, disfunzione, patologia. Va presentato per ciò che è — un modello divulgativo e interpretativo, pensato per far cogliere il valore dell'intervento precoce — e non come una legge universale della malattia.

Funzione → disfunzione → patologia: una mappa per riconoscere, prima della diagnosi, il momento in cui è ancora possibile intervenire.

Funzione

L'organismo mantiene i propri parametri entro intervalli fisiologici compatibili con un buon funzionamento, e i diversi organi collaborano con una regolazione efficace. "Funzione", però, non significa salute perfetta né assenza totale di fattori di rischio: descrive una condizione di equilibrio, non una garanzia di non ammalarsi.

Disfunzione

Uno o più sistemi iniziano a mostrare alterazioni nella regolazione, oppure compaiono fattori di rischio, senza che questo equivalga necessariamente a una malattia conclamata. È la fase più interessante sul piano preventivo, ma anche la più delicata da definire. In medicina "disfunzione" non è una diagnosi unica e universale: il suo significato dipende dall'organo, dal parametro e dal contesto clinico, e può indicare di volta in volta un'alterata regolazione metabolica, un fattore di rischio, uno stato preclinico o la variazione di un biomarcatore.

Patologia

Quando vengono soddisfatti criteri clinici o diagnostici specifici, si può identificare una malattia. È il momento in cui la condizione diventa riconoscibile e classificabile secondo definizioni condivise dalla comunità medica.

La forza di questo schema sta nel mettere a fuoco la fase intermedia. Il suo limite sta nel non poter essere applicato in modo identico a tutte le malattie: resta una lente per leggere alcuni processi, non una regola per interpretarli tutti.

La disfunzione: il momento in cui si può ancora intervenire

Se esiste una fase in cui l'organismo mostra segnali di squilibrio ma non è ancora malato, allora esiste anche una finestra in cui si può intervenire. È il cuore della medicina preventiva: agire sui fattori modificabili quando le alterazioni sono ancora precoci.

In molti contesti, modificare questi fattori può migliorare alcuni biomarcatori, ridurre il rischio complessivo, rallentare una progressione e migliorare la salute metabolica, diminuendo la probabilità di sviluppare determinate patologie. È un risultato importante, ma va descritto con precisione. Non è corretto affermare che la disfunzione sia sempre reversibile: dipende dalla condizione, dal tempo, dai fattori coinvolti e dalle caratteristiche della persona.

La formulazione più onesta è un'altra: alcune alterazioni precoci possono migliorare in modo significativo quando vengono identificati e modificati i fattori che le sostengono. Non una promessa di guarigione garantita, ma un'opportunità reale, tanto più concreta quanto prima viene colta.

L'esempio della glicemia e del metabolismo glucidico

Il metabolismo glucidico è l'esempio che il Prof. Rossi utilizza più spesso, perché rende visibile l'intera sequenza. La glicemia — la quantità di glucosio nel sangue — è il punto di arrivo di molti processi: l'assorbimento intestinale degli zuccheri, la secrezione di insulina da parte del pancreas, la produzione epatica di glucosio, l'utilizzo da parte del muscolo scheletrico e del tessuto adiposo, il livello di attività fisica e la composizione corporea.

Proprio perché riassume l'attività di tanti sistemi, un cambiamento persistente del metabolismo glucidico non è un dettaglio isolato: è un segnale da interpretare. Non un verdetto, ma un'informazione che merita attenzione e, quando serve, approfondimento.

Al significato di questo parametro nel tempo — e al suo legame con l'invecchiamento — abbiamo dedicato un approfondimento specifico sul blog; qui ci interessa soprattutto un punto: capire quando la glicemia smette di essere un semplice numero e diventa un indicatore di rischio.

Quando la glicemia diventa un segnale di rischio

Nel suo modello, il Prof. Rossi usa una soglia semplice per far comprendere il concetto: una glicemia a digiuno sotto i 100 mg/dL come espressione di funzione, un valore che la supera come primo segnale di disfunzione, e una progressione ulteriore come possibile evoluzione verso una patologia diabetica. È un'immagine didattica efficace, ma va tradotta con rigore nel linguaggio della medicina clinica.

Secondo criteri diffusi, come quelli dell'American Diabetes Association, una glicemia a digiuno compresa tra 100 e 125 mg/dL può indicare un'alterata glicemia a digiuno, spesso definita prediabete. Servono però diverse precisazioni. Le linee guida non coincidono: l'Organizzazione Mondiale della Sanità, per esempio, colloca l'alterata glicemia a digiuno in un intervallo differente, a partire da circa 110 mg/dL. Un singolo valore, inoltre, non racconta l'intero metabolismo: per una valutazione corretta si considerano anche l'emoglobina glicata (HbA1c), quando indicato il test da carico orale di glucosio (OGTT) ed eventuali conferme, sempre all'interno del contesto clinico della persona.

Soprattutto, il prediabete non evolve necessariamente in diabete. Può restare stabile, migliorare o, in una parte dei casi, progredire. E il diabete di tipo 2 non si diagnostica con un numero isolato, ma soddisfacendo criteri diagnostici specifici e confermati.

È qui che il modello mostra la sua utilità, a patto di distinguere tre livelli diversi: un fattore di rischio (una condizione che aumenta la probabilità di malattia), un'alterazione metabolica (un parametro che si sta modificando) e una diagnosi (una malattia definita secondo criteri condivisi). Confonderli genera allarme inutile; distinguerli permette di agire con lucidità.

In sintesi

Una glicemia a digiuno tra 100 e 125 mg/dL può indicare, secondo alcuni criteri, un'alterata glicemia a digiuno (prediabete), non un diabete. Le soglie variano tra le linee guida, un singolo valore non basta e il prediabete non evolve necessariamente in diabete: la diagnosi richiede criteri specifici e conferme.

Pressione arteriosa: un altro indicatore da non sottovalutare

La pressione arteriosa racconta una storia simile. È un parametro dinamico, che cambia durante la giornata e risente di molti fattori: il cuore, i vasi, il sistema nervoso autonomo, il rene, il sistema renina-angiotensina-aldosterone, la composizione corporea, l'attività fisica, l'apporto di sodio, l'età e la genetica.

Per questo una singola misurazione dice poco. Un valore elevato in un momento particolare — dopo una corsa, in una giornata stressante — non equivale a ipertensione. La diagnosi di ipertensione arteriosa richiede valori persistentemente elevati, misurati correttamente e spesso confermati anche fuori dall'ambulatorio, con l'automisurazione a domicilio o il monitoraggio nelle 24 ore.

Anche qui le soglie non sono identiche tra le diverse società scientifiche. Le linee guida europee identificano l'ipertensione, in ambulatorio, a partire da valori di 140/90 mmHg, mentre le linee guida statunitensi adottano soglie più basse per definire i propri stadi. È un punto che conviene sempre verificare con il proprio medico e con le classificazioni aggiornate, perché queste definizioni vengono periodicamente riviste.

Ciò che non cambia è il principio di fondo: il rischio cardiovascolare aumenta in modo continuo con l'aumentare della pressione, senza un confine netto oltre il quale tutto cambia da un giorno all'altro. Fare prevenzione, allora, significa leggere un andamento nel tempo, invece di limitarsi ad attendere la comparsa di una complicanza vascolare.

Invecchiamento, DNA e senescenza: perché non siamo tutti uguali

Se, per molte condizioni croniche, la malattia matura nel tempo, allora anche l'invecchiamento entra nel discorso. Ed emerge una domanda semplice: perché due persone della stessa età anagrafica possono avere profili di salute — e a volte un'età biologica — così diversi?

La risposta non è unica. Contano la genetica, ma anche l'epigenetica, cioè il modo in cui i geni vengono espressi o silenziati; le esposizioni ambientali; lo stile di vita; la composizione corporea; la salute metabolica. Sul piano cellulare intervengono processi come la senescenza cellulare, l'infiammazione cronica di basso grado, la funzione dei mitocondri e la capacità rigenerativa dei tessuti, sostenuta anche dalle cellule staminali. La biologia dell'invecchiamento ha organizzato molti di questi meccanismi nei cosiddetti hallmarks of aging, i tratti distintivi dell'invecchiamento.

Su questo terreno è facile scivolare in semplificazioni. Vale quindi la pena distinguere tre concetti spesso confusi: il genoma (la sequenza del DNA che ereditiamo), l'espressione genica (quali geni sono effettivamente attivi) e l'epigenetica (i meccanismi che regolano questa attività senza modificare la sequenza). Il DNA non determina da solo, e in modo inevitabile, quanto vivremo, e nessun singolo alimento può "riprogrammarlo". Allo stesso modo, le cellule staminali non aumentano semplicemente seguendo una dieta, e la senescenza cellulare non coincide con la malattia: è un processo fisiologico, con anche funzioni utili, che però con l'età tende ad accumularsi e a contribuire all'infiammazione.

Il messaggio è tutt'altro che deterministico. Proprio perché l'espressione dei nostri geni dialoga con l'ambiente e con le abitudini, esiste un margine di influenza. Non infinito, ma reale.

Nutrizione e stile di vita: dalla disfunzione alla funzione

Con un'espressione divulgativa, il Prof. Rossi afferma talvolta che "gli alimenti parlano al DNA". È un'immagine, non un'affermazione da prendere alla lettera. Tradotta scientificamente, richiama un fenomeno reale: nutrienti e stato metabolico possono influenzare vie di segnalazione cellulare — i cosiddetti meccanismi di nutrient sensing — e, in determinati contesti, la regolazione dell'espressione genica, anche attraverso modificazioni epigenetiche e fattori di trascrizione. Non significa che un cibo riscriva il DNA, ma che ciò che mangiamo può partecipare al dialogo tra ambiente e biologia.

È su questo dialogo che agisce lo stile di vita. I fattori modificabili più solidamente supportati dalla letteratura sono noti: un'alimentazione equilibrata; un'attività fisica regolare che includa anche l'esercizio contro resistenza; un sonno adeguato; il controllo del peso e della composizione corporea; l'assenza di fumo; un consumo di alcol prudente; la gestione dello stress; la riduzione della sedentarietà. A questi si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: l'aderenza ai controlli medici appropriati.

Il punto non è inseguire diete estreme, protocolli rigidi, "detox" o alimenti presentati come miracolosi, e nemmeno affidarsi a integratori universali validi per chiunque. Il concetto è più sobrio, e più potente: modificare i fattori di rischio può migliorare la funzione e ridurre la probabilità di malattia. Nutrizione e stile di vita non "guariscono" una disfunzione come farebbe un interruttore, ma possono spostare gli equilibri nella direzione giusta, soprattutto quando l'intervento è precoce e sostenibile nel tempo.

La medicina funzionale come prevenzione del XXI secolo

Il termine "medicina funzionale" merita una precisazione, perché viene usato in modi diversi. Nel linguaggio del Prof. Rossi indica un approccio centrato sulla persona più che sulla singola malattia: attento all'interconnessione tra gli organi, ai fattori di rischio, alle cause modificabili, all'alimentazione, all'ambiente e allo stile di vita, con la prevenzione come orizzonte.

È importante non trasformare questa parola in una contrapposizione. La medicina funzionale, intesa come disciplina, non è un'alternativa universalmente riconosciuta né superiore alla medicina basata sulle evidenze, e non va vista in opposizione ad essa. Ha invece senso leggere il messaggio del Professore come un invito che converge verso concetti pienamente consolidati: la medicina dello stile di vita, la stratificazione del rischio, la prevenzione cardiovascolare e metabolica, la diagnosi precoce e la personalizzazione degli interventi.

Detto altrimenti: nel modo in cui la usa il Prof. Rossi, "medicina funzionale" significa spostare l'attenzione dalla sola presenza della malattia alla comprensione dello stato funzionale complessivo della persona e dei fattori modificabili che possono influenzarne il rischio futuro. È lo spirito che anima la medicina della longevità e un percorso strutturato come il Protocollo Longevia, che integra valutazione dei fattori di rischio, monitoraggio nel tempo e interventi personalizzati sotto supervisione medica.

La "medicina della consapevolezza"

Il Prof. Rossi parla anche di "medicina della consapevolezza". L'espressione descrive bene l'obiettivo: conoscere i propri fattori di rischio, sottoporsi ai controlli appropriati, capire il significato dei propri parametri e adottare comportamenti protettivi, senza aspettare per forza la comparsa dei sintomi.

Consapevolezza, però, non vuol dire fare da soli. Non sostituisce la diagnosi, gli screening, le visite né le terapie basate sulle evidenze, e non è in alcun modo un messaggio contro i farmaci: un trattamento sintomatico o farmacologico può essere clinicamente necessario e del tutto appropriato. La medicina moderna, del resto, integra allo stesso tempo terapia delle cause, terapia dei meccanismi, terapia dei sintomi, prevenzione e gestione del rischio.

C'è infine un equilibrio da custodire. La prevenzione riduce il rischio, non garantisce l'assenza di malattia. Ammalarsi non è quasi mai soltanto una questione di scelte individuali: salute e malattia dipendono anche da fattori genetici, biologici, ambientali, sociali e, in parte, casuali, che non sono interamente sotto il nostro controllo. Riconoscerlo non toglie valore alla prevenzione: la rende più giusta, perché la libera dal senso di colpa e la riporta a ciò che è davvero, un'opportunità.

Quando comincia, allora, una malattia?

Torniamo alla domanda iniziale. Quando comincia una malattia? La risposta onesta è sfumata: non esiste un momento identico per tutte le patologie. Alcune arrivano all'improvviso, altre seguono percorsi imprevedibili, altre ancora dipendono da fattori che non possiamo modificare.

Ma per molte condizioni croniche esiste una finestra — quella che il modello funzione-disfunzione-patologia aiuta a immaginare — in cui fattori di rischio, biomarcatori e alterazioni metaboliche possono essere riconosciuti e affrontati prima della comparsa delle complicanze. È lo spazio della prevenzione, e coincide in gran parte con lo spazio della salute metabolica e della longevità in salute.

Il Prof. Rossi riassume tutto questo in un'idea: "agire prima della malattia". Tradotta nel linguaggio della medicina preventiva, significa qualcosa di molto concreto: conoscere il proprio rischio, monitorare i parametri appropriati e intervenire sui fattori modificabili prima che un'alterazione diventi più difficile da controllare. Non la promessa di evitare ogni malattia, ma la scelta di non aspettare passivamente che sia la malattia a presentarsi. È da qui che parte, nella pratica, un percorso di prevenzione personalizzato, definito insieme al medico.

Fonti scientifiche

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  2. López-Otín C, Blasco MA, Partridge L, Serrano M, Kroemer G. Hallmarks of aging: an expanding universe. Cell. 2023. — PubMed
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Le informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere medico.

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